In Italia il riconoscimento facciale negli spazi pubblici è vietato fino al 2027. È uno di quei dati che sembrano una buona notizia e forse lo sono — ma che nascondono una domanda più interessante: vietato fino al 2027 significa che dopo il 2027 la discussione ripartirà da zero. Il divieto non ha risolto il problema. Lo ha sospeso.
Nel frattempo a Londra, nel quartiere di Croydon, la Metropolitan Police ha installato telecamere fisse di riconoscimento facciale in tempo reale lungo una delle arterie commerciali principali. Non su furgoni mobili, non su postazioni temporanee: su lampioni. Strutture fisse nell'architettura urbana, come i semafori o le pensiline degli autobus. La città, in quel tratto di strada, ricorda tutti i volti che ci passano.
Questo è il segnale. Non il divieto italiano, non il dibattito europeo sulla privacy. Il fatto che qualcuno, da qualche parte, stia già costruendo l'infrastruttura che rende la sorveglianza permanente una caratteristica dell'ambiente urbano — non un'eccezione, non un'emergenza, ma una funzione base della città come lo è l'illuminazione stradale.
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La domanda ovvia è: è giusto? Viola la privacy? Discrimina le minoranze — perché i sistemi di riconoscimento facciale funzionano peggio su pelle scura, dato ampiamente documentato e mai risolto del tutto? Queste sono domande legittime e importanti. Non sono però le domande che interessano di più a chi scrive fantascienza.
La domanda che interessa è un'altra: come cambia il comportamento umano quando le persone sanno — o sospettano — di essere identificate nello spazio pubblico?
*La sorveglianza non cambia solo cosa puoi fare. Cambia cosa ti viene in mente di fare. E cambia anche cosa non ti viene in mente, perché hai già escluso quelle opzioni prima di arrivarci.*
I giuristi chiamano questo effetto chilling effect — l'autocensura preventiva che emerge quando le persone percepiscono di essere osservate. Non è un'ipotesi teorica. È documentato in decine di contesti: le ricerche online cambiano dopo che le persone scoprono di essere monitorate. I comportamenti in piazza cambiano quando le telecamere sono visibili. Le discussioni politiche cambiano quando i partecipanti sanno di essere registrati.
Ora estendi questo effetto all'intera città. Una città in cui ogni movimento nello spazio pubblico è potenzialmente identificato non è una versione più sicura della città che conoscevamo. È una città con una geometria diversa — in cui certe cose si fanno solo in privato, certe conversazioni avvengono solo in spazi non sorvegliati, certe identità vengono indossate solo dove nessuno guarda.
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La fantascienza ha immaginato molte volte la città sorvegliata. Quasi sempre come distopia esplicita — il Grande Fratello di Orwell, le telecamere di V for Vendetta, i droni di Black Mirror. Ma la versione reale che si sta costruendo è più sottile e per questo più difficile da raccontare.
Non c'è un momento preciso in cui la città smette di essere libera e diventa sorvegliata. C'è una progressione graduale di telecamere, sensori, algoritmi che si aggiungono uno alla volta, ciascuno con una giustificazione ragionevole — la sicurezza, la prevenzione, l'efficienza — fino a quando l'infrastruttura è completa e il cambiamento è già avvenuto senza che nessuno abbia preso una decisione consapevole di compierlo.
La domanda narrativa non è 'arriverà la città sorvegliata?'. È 'come ci accorgiamo che è già arrivata?' — e cosa facciamo nel momento in cui ce ne accorgiamo.
Il protagonista che stai cercando per questa storia non è il ribelle che combatte il sistema. È il cittadino normale che un giorno si rende conto di non ricordare più quando ha smesso di fare certe cose in pubblico.
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