Vivere cento anni
La ns. società è dimensionata per una vita media di 80 anni. Cosa succederebbe se vivessimo 20 anni in più?
Nel 2025 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto che non ha fatto molto rumore ma che merita attenzione: per la prima volta nella storia, il numero di persone con più di sessantacinque anni ha superato il numero di bambini sotto i cinque anni a livello globale. Non è una statistica demografica neutra. È la descrizione di una transizione strutturale senza precedenti nella storia della specie.
Ma c'è qualcosa di ancora più radicale in arrivo. E non riguarda solo la longevità media — riguarda chi vivrà quanto.
I farmaci che rallentano l'invecchiamento cellulare stanno uscendo dai laboratori. Non sono ancora su larga scala, non sono ancora accessibili a tutti, ma esistono — vengono testati, brevettati, finanziati con miliardi di dollari da aziende come Calico di Google e Unity Biotechnology. La traiettoria è chiara. La domanda interessante non è se arriveranno, ma cosa cambia nel momento in cui la durata della vita smette di essere un dato biologico e diventa una scelta economica.
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La narrativa dominante sulla longevità parla di anni in più di vita attiva, di vecchiaia sana, di contributo sociale prolungato. È una narrativa ottimista e probabilmente vera — per chi potrà permettersela.
Ma la domanda che raramente viene posta è questa: cosa succede alle istituzioni progettate per una vita che finisce a ottant'anni, quando una parte della popolazione comincia a viverne cento o centoventi?
Il sistema pensionistico nella sua forma attuale è costruito su un'aspettativa di vita che sta già diventando obsoleta. I sistemi sanitari sono calibrati su patologie che emergono in una certa finestra temporale. I sistemi educativi assumono che l'apprendimento sia concentrato nei primi vent'anni. Il mercato del lavoro è organizzato attorno a carriere lineari con un inizio e una fine. Allungate la vita di trent'anni e tutte queste architetture entrano in crisi — non gradualmente, ma contemporaneamente.
*Non è la morte che cambierà di più con la longevità radicale. È il modo in cui organizziamo il tempo tra la nascita e la morte.*
Pensa alla struttura narrativa di una vita. C'è l'infanzia, la formazione, l'età adulta produttiva, la vecchiaia, la fine. Questa struttura non è biologica — è culturale, istituzionale, narrativa. La letteratura, il diritto, l'economia sono costruiti attorno a essa. Quando la durata cambia radicalmente, cambia anche la forma della storia che possiamo raccontare su di noi.
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La fantascienza ha esplorato la longevità quasi sempre attraverso l'immortalità — che è un caso limite. L'immortale di Borges, i Methuselahs di Heinlein, i Meth di Morgan. Ma la versione reale che si avvicina non è l'immortalità: è una vita di centoventi anni che arriva per gradi, prima per pochi, poi per più, con tutto il carico di disuguaglianza che questa progressione porta con sé.
Quello che la narrativa speculativa italiana non ha ancora scritto è la storia della prima generazione in cui la durata della vita non è uguale per tutti. Non la distopia dell'immortale onnipotente — quella l'abbiamo già letta. La storia del cinquantenne che ha accesso ai farmaci e del cinquantenne che non ce l'ha, e cosa questo produce nelle loro relazioni, nella loro politica, nel loro senso di giustizia.
Cento anni non cambiano solo quanto vivi. Cambiano chi sei nel momento in cui muori — e chi sei per chi ti sopravvive.
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